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Storia e dintorni: la storia vista con gli occhi di chi l'ha fatta, vissuta, raffigurata.

Quella che vi presentiamo e' una rubrica storica e, specificatamente, storico artistica che non ha nessuna pretesa meramente didattica.

L'intenzione non è infatti quella di voler insegnare la storia, anche in virtù del fatto che riteniamo che chi ha passione per la numismatica sia già dotato della giusta sensibilitá di cui necessita l'osservazione degli eventi del passato, l'intento semmai é quello di soddisfare un'esigenza dello scrivente di rendere i personaggi storici più umani e vicini al nostro modo di sentire la vita.                                                                                                        

Molto spesso infatti lo studio della storia diventa freddo ed impersonale e chi di avvicina alla materia tende a memorizzare fatti e date svuotandola di ogni nesso logico. Qui si vorrebbe dar voce a chi quella storia l'ha fatta, chi l'ha subita, chi l'ha veramente vissuta.

Se chi scrive riuscirá a farsi seguire in modo naturale attraendo il lettore in un dedalo di racconti, speriamo sempre interessanti, significherá che l'intento é andato a buon fine: chi legge avrá ascoltato i fatti dalla voce dei protagonisti, vincenti o perdenti. Ne ascolterá le lamentele, i vizi, le virtù, le ossessioni e le debolezze...esattamente come succede a ciascuno di noi. Perchè la storia, non dobbiamo dimenticarlo mai, siamo noi, tutti noi.

 
Dott.ssa Alessandra Parrilla.

Seguiteci anche su facebook, troverete molte curiosità di storia e numismatica che possono interessarvi e potrete anche interagire con noi per soddisfare qualche curiosità con la consueta professionalità che ci contraddistingue.
 

Quando capita di spiegare a qualcuno che non è nel settore della numismatica una moneta romana di epoca imperiale, si parte dal volto impresso sul dritto per poi ragionare del fatto che gli imperatori si servivano anche di questo oggetto per “propagandare” la propria immagine e, con essa, il proprio operato.

Ci si sofferma su quanto sia incredibile poter avere la certezza che un abitante dell’Impero che si trovasse in Africa o in Grecia, in Asia o in Spagna, conoscesse il volto di un uomo, un solo uomo che viveva a Roma e dal quale dipendevano le sorti del suo paese, della sua famiglia, della sua stessa vita. Un uomo il cui giudizio e potere erano assolutamente indiscutibili e universalmente riconosciuti. Quanta fragilità si celava dietro questa onnipotenza che poteva essere cancellata in qualunque, fin troppo semplice, modo. Non è un caso se i soggetti più sensibili, divenuti imperatori, impazzirono passando alla storia per i loro atti scellerati invece che per le meno eclatanti, eppur buone, decisioni. Ma questa è un’altra storia.

Per capire fino in fondo il decisivo sviluppo di concetto di propaganda è necessario fare un piccolo, fondamentale passo indietro.

Indietro alla polis greca, quella che noi traduciamo con l’espressione “città stato”, una realtà autonoma dal punto di vista politico, militare ed economico. È assolutamente corretta questa definizione di polis: un luogo senza un re, un luogo in cui fra i cittadini liberi vigeva il principio di isonomia e nel quale non vi era un potere esecutivo distinto dai cittadini, dunque era assente il concetto di “stato” nel senso moderno del termine. Ogni avente diritto (attenzione: solo lui! Non genericamente chiunque) lavorava per il bene di tutti in armonia con le leggi dell’universo migliorando e difendendo la comunità a beneficio di se stesso e di coloro che ne facevano parte, senza interesse personale. La conformazione geografica della Grecia fece il resto: la montuosità non agevolava gli scambi interni fra città e queste si univano all’interno e si chiudevano verso l’esterno, organizzandosi ciascuna secondo la propria inclinazione “genetica” e senza concessioni alla comprensione reciproca. Per fare un esempio che spieghi e che conosciamo tutti, prendiamo Atene e Sparta: una democratica l’altra oligarchica ma entrambe polis. Ciascuna ebbe una grande storia ma fra di loro furono impegnate in una guerra che vide vittoriosa l’una o l’altra a fasi alterne. Al di là dell’esito finale, favorevole ad Atene, quello che questa lunga e triste vicenda (la Guerra del Peloponneso) mostra a chi bene osserva gli eventi storici, è la debolezza insita in un sistema che, se da una parte vede crescere l’attaccamento di un cittadino alla propria città, dall’altra evidenzia quanto sia pericoloso non formulare un progetto comune, in un miope accaparramento di momentanea egemonia. In un respiro ampio siamo in grado di capirlo noi che oggi leggiamo quanto fragili fossero i Greci di fronte all’immensità, per esempio, dell’esercito persiano. Fragili, si, ma anche fieri: accenno soltanto a quello che per me è la più bella pagina di storia che sia stata mai scritta per una volta non dai vincitori ma dai vinti. Un minuscolo accenno, ma doveroso, a Leonida e i suoi trecento Spartani: fecero perdere tempo ai Persiani pur sapendo di non avere speranze, per consentire agli ateniesi di organizzarsi nel disperato tentativo di resistere all’invasore. Alle Termopili morirono tutti, consci di andare al massacro per una causa superiore alla paura per la propria incolumità e questo estremo sacrificio diede modo agli ateniesi di evacuare la città e alla flotta greca di organizzarsi a Salamina per ottenere una storica vittoria che mise in fuga i Persiani e diede tregua al popolo ellenico. È in questo clima che si inserisce Filippo II, re di Macedonia, chiamato dai Greci per opporre resistenza ad un nemico numericamente troppo superiore: il re accettò e vinse, e vinse sempre di più, il re. E le sue conquiste erano notevoli. E avrebbe potuto inglobare totalmente la Grecia, soffocando ogni peculiarità di questo popolo. Invece questo re ebbe l’intelligenza di comprenderne la superiorità culturale e, semmai, appropriarsene. E intelligentemente volle Aristotele come insegnante del proprio figlio Alessandro il quale, proprio per questo, amò profondamente la cultura greca.

Visse poco Alessandro Magno: solo trentatre anni. Regnò pochissimo: solo dodici. Ma il suo timore di non riuscire ad eguagliare le gesta del padre ne fece di lui un condottiero migliore e l’ambizione ereditata dalla madre Olimpiade ne ispirò, già a venti anni, una grande sete di potere. Alessandro non voleva che il padre gli lasciasse troppe ricchezze e infiniti territori: al contrario temeva che Filippo non gli lasciasse nulla da conquistare da solo. Generoso e impetuoso, si gettava per primo nelle fila nemiche e poi, una volta conquistata una città o una postazione nemica, spesso la regalava ad un amico proprio perché ciò che lo appagava era vincere, superare i propri limiti, accrescere il proprio potere, non possedere denaro.

Sapendo ciò sarà più evidente l’innovativo modo di Alessandro Magno di propagandare la propria immagine, eternando le proprie gesta. Il re era infatti solito portare con sé intellettuali che magnificassero ogni aspetto della sua vita: dalle sue origini divine (il racconto sulla sua nascita, che lo vorrebbe figlio di Zeus), alle sue imprese eroiche (il famoso aneddoto del nodo di Gordio) fino all’indomito desiderio di conquista che lo portava a rifiutare sempre la resa (l’indimenticabile risposta al suo amico e generale Parmenione “Se fossi Parmenione accetterei [l’offerta di pace da parte di Dario III, n.d.r.]. Ma io sono Alessandro e come il cielo non contiene due soli, l’Asia non conterrà due re!).

Tanta attenzione posta nel costruire la propria immagine si riversava, ovviamente, anche nel modo in cui voleva essere raffigurato e per questo Alessandro sceglieva con cura gli unici artisti addetti alla sua immagine e fra questi segnaliamo in particolare Lisippo, lo scultore che riuscì a trasformare un suo difetto fisico (la scoliosi probabilmente) in caratteristica peculiare (il collo inclinato verso sinistra e verso l’alto) che lo faceva sembrare sempre in cerca dell’ispirazione dal padre divino.

 

Figura 1 Alessandro Magno effigiato come Apollo, Musei Capitolini.

 

Figura 2 Tetradramma di Alessandro Magno.

Tutta questa premessa era necessaria per comprendere il nuovo, consapevole concetto di propaganda che lega con un filo invisibile il regno macedone all’impero romano: un legame di nome ellenismo, fenomeno che si fa cominciare con la morte di Alessandro Magno (323 a.C.) e si fa terminare con la battaglia di Azio (31 a.C.) che sancisce il predominio di Roma sull’Egitto. Con ellenismo intendiamo quel modo che il regno macedone dovette trovare per unire sotto un’unica egida un territorio vastissimo. Ma l‘ellenismo fu molto di più. Se andiamo alla radice della parola, il suo significato più profondo è rendo greco. In questa espressione si racchiude l’ambizione di Alessandro non solo di sottomettere e comandare ma, più profondamente, di educare ed istruire alla cultura greca. Non è un caso se trecento anni più tardi Augusto mostrò di aver compreso la vastità dell’opera del sovrano macedone: narra Svetonio che giunto alla tomba di Alessandro se ne fece portare il corpo e poggiò sulla testa del defunto una corona d’oro intrecciata con i fiori. Alla domanda se volesse vedere anche Tolomeo, significativamente rispose che era venuto per recare omaggio ad un re, non ad un cadavere. Appare alquanto evidente che il primo imperatore romano era perfettamente conscio che si trovava di fronte al primo sovrano ecumenico della storia e gli porgeva il massimo rispetto, magari desideroso di eguagliarlo.

E allora lasciamo riposare in eterno questi due sovrani, coloro che cambiarono il mondo in un modo che ancora studiamo per comprendere le nostre origini, la nostra storia. E godiamoci la loro effigie su monete e statue che li raffigurano per come loro volevano essere ricordati, talmente consci della propria grandezza da fondere l’apparire con l’essere nel più intimo dei significati.

 

Figura 3 Augusto, Dupondio, 22 d.C. D: DIVUS AUGUSTUS PATER / R: PROVIDENT S.C. (Restituzione di Tiberio)

 

Figura 4 Augusto Prima Porta o Augusto Loricato (la Lorica è la corazza da legionario), Musei Vaticani.

Le immagini che ho scelto hanno un senso se lette nel concetto di propaganda da cui siamo partiti. Se è vero, ed è vero, che il discorso sarebbe ampio e molto articolato, quello che qui si vuole far notare è come questi due personaggi fossero fra loro legati: senza averlo studiato a scuola, senza documentari, senza film e quanto possa pubblicizzare un personaggio a dismisura, Augusto aveva compreso la grandezza di Alessandro e a lui si ispirava. Questo significa che quest’ultimo, pur non avendo creato la propaganda, certamente la utilizzò meglio degli altri e il primo imperatore romano, a sua volta, ne fece tesoro e la migliorò al punto da riuscire a morire, caso più unico che raro, anziano e di morte naturale, nel proprio letto.

E allora, esaudendo l’ultimo desiderio di Augusto, personalmente mi inchino e applaudo perché ho apprezzato e amato lo spettacolo da lui messo in scena, tanto da studiarlo ancora con amore, dedizione e tanta, tanta gratitudine per aver lasciato una Roma “di marmo”, dopo averla trovata “di mattoni”.

Articolo a cura della d.ssa Alessandra Parrilla.

 

 

Pubblicato Martedì, 13 Novembre 2018 10:25

Classificando classificando, mi è capitato di fare una curiosa riflessione….seguitemi…

“Usurai” Quentin Metsys (1520-1525), Galleria Doria Pamphili.

Di questo quadro abbiamo già parlato in un post datato il 23 aprile 2013 e non avevo un motivo preciso per riproporlo finché non mi sono trovata faccia a faccia con Tito Flavio Vespasiano in un sesterzio che ne riportava le fattezze del volto. Non era avvenente Vespasiano, non era neanche particolarmente simpatico alla storiografia, né al popolo, né al figlio Tito che gli rimproverava l’eccessiva austerità nel gestire le casse statali. L’imperatore in carica, cresciuto da un padre esattore delle tasse della provincia di Rieti, allevato in campagna dalla nonna che ci teneva a far quadrare i conti, aveva un carattere severo e rigoroso. D’altra parte il capostipite della dinastia Flavia si trovò davanti le casse disastrate dalle spese dissennate di Nerone, dalla guerra di Giudea, dall’anno dei quattro imperatori e da tante altre scelte non oculate. Svetonio afferma che appena eletto l’imperatore sostenne in modo lapidario “Perché la Res publica possa sopravvivere sono necessari quaranta milioni di sesterzi (Svetonio, Vita di Vespasiano, 16).

Leggi tutto: Vespasiano e il suo profilo fiammingo!

Pubblicato Giovedì, 04 Maggio 2017 08:49

IL PAGAMENTO DEL TRIBUTO” di Masaccio, Cappella Brancacci, 1425.

Questo incredibile affresco  meriterebbe un discorso lunghissimo che cercherò, per quanto possibile, di limitare.

Gli storici dell’arte a lungo si sono interrogati, in mancanza di documentazione ufficiale che chiarisca la questione, se l’affresco è stato cominciato da Masolino da Panicale per essere poi proseguito dal giovane Masaccio.

Il soggetto è divisibile in tre momenti dell’episodio narrato nel Vangelo secondo Matteo. Gesù si trova con i suoi Apostoli a Cafarnao e gli viene chiesto da un esattore il pagamento del tributo: l’esattore è di spalle e in questa posa in genere veniva rappresentato Giuda o il diavolo. Gesù a questo punto ordina a Pietro di andare a prendere il denaro e lo fa con un gesto perentorio. Pietro obbedisce e lo vediamo sullo sfondo che prende dalla bocca di un pesce il soldo che servirà allo scopo. Torniamo in primo piano sulla destra e troviamo Pietro che dà il denaro all’esattore delle tasse.

L’avvenimento che Masaccio decide di raffigurare non è di quelli più famosi o conosciuti ma l’affresco si trova nella Cappella Brancacci nella Chiesa di Santa Maria del Carmine a Firenze e c’è un motivo preciso per la scelta del tema. Fermiamoci un attimo perché bisogna capire bene: il Trecento era stato un secolo difficile in cui Firenze subì un vero crack finanziario e rialzarsi era stato veramente faticoso. I banchieri fiorentini  avevano prestato denaro a Edoardo III d’Inghilterra e quando questi intraprese la Guerra dei Cento Anni  (1337-1453) giunse la notizia dell’insolvenza e il contraccolpo fu duro. Qualche anno dopo una disastrosa alluvione fece crollare gli argini dell’Arno e l’unione di questi due eventi nefasti fece fallire quasi tutte le note e facoltose famiglie intorno alle quali girava la rigogliosa economia fiorentina. Ebbene, giunti al 1400 Firenze era, nonostante tutto, alle prese con una vita letteraria e artistica assolutamente straordinaria, senza precedenti: il Rinascimento. Purtroppo la vita economica e politica non andava di pari passo con quella artistica a causa della sconfitta nella battaglia di Zagonara e delle spese che avrebbe richiesto l’ultimazione della costruzione del Duomo: bisognava fare cassa e la cassa, lo sappiamo bene, la si fa con le imposizioni di tasse. Ebbene, la Signoria di Firenze instituì nel 1427 il catasto, il primo tentativo nella storia moderna di equità fiscale poichè si basava sulla tassazione dei reali redditi delle famiglie in base alla stima delle loro ricchezze. Consultando i registri del catasto dell’epoca possiamo avere un quadro reale della città e notiamo che gli Strozzi rimanevano la famiglia più ricca, ma si faceva strada man mano quella dei Medici i quali erano riusciti ad avere anche il consenso del popolo, essendone formalmente i difensori nella persona di Cosimo de’ Medici.

Ecco allora che in un solo colpo abbiamo di fronte agli occhi l’importanza delle opere d’arte: un affresco di straordinaria bellezza, una bellezza eterna, che ancora oggi è importante ricordare, e un vero e proprio manifesto propagandistico. Sapendo che all’epoca l’analfabetismo dilagava, le chiese, in cui tutti si recavano, divenivano il miglior posto in cui pubblicizzare i nuovi regnanti, gli atti dei vari governi, gli avvenimenti storici e anche, perché no? i gossip!! Basta saper leggere le immagini….

 

  

Fig. 1. Il Pagamento del Tributo, Masaccio, 1425.

Fig. 2. La Cappella Brancacci in Santa Maria del Carmine a Firenze.

Pubblicato Giovedì, 08 Gennaio 2015 11:41

Piazza Navona era in origine il famoso stadio di Domiziano (parliamo dell’86 d.C.) dove l’imperatore amava far svolgere i giochi olimpici greci, attività che, a dirla tutta, i romani non amavano particolarmente. Questi giochi si chiamavano “agones” e di qui il toponimo della Piazza “in agone”, “innagon”, “navone” e infine “Navona” come noi chiamiamo uno dei luoghi più amati di Roma. E’ chiaro che la storia di Piazza Navona è lunghissima, ma oggi volevo parlarvi della fase che iniziò intorno al 1630 e che le donò l’attuale aspetto che tutti conosciamo. In quell’anno il cardinale Giovanni Battista Pamphili, divenuto papa nel 1644 con il nome di Innocenzo X, volle erigere il Palazzo Pamphili ( che dal 1961 è sede dell’ambasciata del Brasile). In questo mirabile Palazzo abitò uno dei personaggi più famosi di Roma, Donna Olimpia Maidalchini Pamphilj, soprannominata nelle “pasquinate” la “Pimpaccia di Piazza Navona”. La Pimpa altri non era che un personaggio della commedia seicentesca, una donna furba, senza scrupoli, prepotente e arrogante: bisogna dedurne che i romani non nutrivano particolare simpatia per questa nobildonna.
Ma facciamo un passo indietro……. Donna Olimpia Maidalchini nacque a Viterbo nel 1591, figlia di un appaltatore viterbese. Destinata a prendere i voti con la sorella per lasciare l’eredità intatta per il fratello, lei non ne voleva sapere assolutamente di finire in un convento e accusò il suo tutore spirituale di tentata seduzione, lo fece scomunicare (tranquilli, anni dopo si pentì e lo fece nominare vescovo!!) e andò a sposare un facoltoso signore che la lasciò vedova dopo tre anni. Ricca e libera, venne a Roma e si unì in matrimonio a Pamphilio Pamphili, nobile impoverito di 27 anni più vecchio di lei: i soldi non erano un problema al momento, le serviva il potere. Ebbene non solo entrò a testa alta nell’ambiente della Roma che contava, ma grazie al suo denaro riuscì a indirizzare l’elezione del cognato, Giambattista Pamphili, a pontefice: Innocenzo X Pamphili.
I maligni sostenevano che lei trascorresse più tempo con il cognato che con il marito ma gli storici moderni tendono a considerare come falsa questa informazione e poi, comunque, anche il buon Pamphilio passò presto a miglior vita.
Donna Olimpia Maidalchini a questo punto ebbe una vita impegnata ma anche molto criticata: aiutava le giovani fanciulle in difficoltà, ma i maligni sostenevano che avesse messo su un bordello; coordinava l’assistenza ai pellegrini per il Giubileo del 1650, e i suoi detrattori la accusavano di farlo solo a scopo di lucro. Ma il bello venne quando sostenne Bernini nell’assegnazione della realizzazione della Fontana dei Quattro Fiumi a Piazza Navona: i bene informati giurarono che l’artista (rimasto ormai senza il suo più grande sostenitore, papa Urbano VIII, e quindi senza quasi più lavoro) per vincere l’appalto le portò il progetto della fontana, ma in argento massiccio, un piccolo cadeaux insomma!
Ma Donna Olimpia aveva un figlio, Camillo, il quale doveva diventare cardinale…doveva! Ma poi conobbe Olimpia, una donna di cui si innamorò. Il pontefice Innocenzo X ebbe talmente paura delle guerre che potevano scatenarsi fra nuora e suocera da trasferire i novelli sposi a Frascati: a distanza di sicurezza insomma. Dopo qualche anno i due tornarono perché il papa penso che, dopotutto, era meglio se Donna Olimpia Maidalchini se la predeva con l’altra Olimpia invece che con lui!!
Il 7 gennaio 1655 Innocenzo X trovò pace dalla cognata, cioè morì. E i maligni sostengono che
“Ella trasse di sotto il letto papale due casse piene d'oro, se le portò via, e a quanti le chiedevano di partecipare alle spese del funerale del papa rispondeva: "Che cosa può fare una povera vedova?”

Lei si ritirò da Roma e veramente non fece neppure la tomba al cognato: dopo anni suo figlio Camillo fece erigere allo zio un monumento funebre nella chiesa di Sant’Agnese in Agone.
Donna Olimpia morì a San Martino al Cimino nel 1657 lasciando in eredità 2 milioni di scudi.
Narra la leggenda che la notte fra il 6 e il 7 gennaio un carro infuocato percorre a tutta velocità Piazza Navona con la Pimpaccia alla guida che terrorizza chi ha la sventura di incontrarla. Pensate che fino al 1914 vi era una via vicino Villa Pamphili che si chiamava Via Tiradiavoli perché si diceva che lì i diavoli avessero aperto una voragine in cui Donna Olimpia dopo aver percorso Piazza Navona col carro infuocato veniva gettata per tornare all’inferno.
Le pasquinate su di lei erano molto frequenti ei romani non scherzavano quando si trattava di criticare un personaggio in vista. Ecco come veniva ricordata
"Chi dice donna, dice danno - chi dice femmina, dice malanno - chi dice Olimpia Maidalchina, dice donna, danno e rovina"

 

Pubblicato Sabato, 24 Gennaio 2015 09:44

Hieronymus Bosch, IL PRESTIGIATORE, 1475-1480, Saint-Germain-en-Laye, Musée Municipal
Il quadro che proponiamo oggi è veramente da guardare con attenzione, come sempre quando si parla di un genio visionario ante litteram come Bosch.
Nel quadro il pittore ha voluto mostrare quanto si rende ridicolo chi crede a tutto: il prestigiatore fa vedere un oggetto ad un credulone mentre quest'ultimo vomita rane, segno del maligno o illusione creata dall'imbroglione? Imbroglione si....perchè un suo complice intanto sfila la borsetta con i soldi allo sciocco che per la sua dabbenaggine ha raccolto intorno a sè un manipolo di persone: una coppia, una suora, due cittadini e un bambino che gioca con una girandola e lo guarda esterrefatto. Nella scena anche una civetta (elemento che ricorre spesso nei quadri di Bosh e che porta con sè un'accezione negativa) e un cane vestito da giullare.
Il significato di questa scena è tutto racchiuso in un proverbio fiammingo
"chi dà ascolto alle illusioni perde il denaro e si fa schernire dai fanciulli".

Pubblicato Giovedì, 08 Gennaio 2015 08:47